Questo mese entrambe le Voci dal carcere di cui vi parliamo riguardano il teatro. La prima è una testimonianza di Antonella Borsotto nostra operatrice e la seconda è un articolo che Salvatore Ladiana, teatroterapeuta ha scritto per noi di LPP.

Antonella, prima di trasferirsi in Liguria, ha operato insieme ad Andreana Fortino a Livorno per qualche tempo. Nei mesi scorsi hanno avuto modo di partecipare a uno spettacolo teatrale portato sul palco dalle persone detenute presso l’Istituto. Ci piace riportare le parole di Antonella e in particolare una breve frase che uno degli attori ha poi condiviso nel gruppo la settimana successiva allo spettacolo.
Grazie Antonella!

Non entravo alle “Sughere” (il carcere di Livorno) da qualche anno. Da inizio settembre (2022) vado insieme ad Andreana all’appuntamento del martedì col suo gruppo.
Al rientro in carcere l’effetto non è stato tremendo, ricordavo i cancelli, le inferriate, i lunghi corridoi semibui, gli agenti. Di diverso c’è che adesso i “ragazzi” che vengono all’incontro sono in regime di Alta Sicurezza. Non sono in molti: 5 0 6.
Mi trovo bene con loro, sono persone tranquille, a qualcuno piace parlare parecchio, ad altri meno, ma tutti in qualche modo partecipano e sono attenti.
Andreana è brava, io sto in ascolto, voglio imparare, a volte intervengo.
Circa alla metà di ottobre si è svolto uno spettacolo teatrale dal titolo: Il dono necessario ispirato al mito greco di Prometeo.
Si teneva all’esterno, in uno dei cortili passeggio del reparto A.S., dalle 19 in poi.
Siamo andate anche noi. Ci siamo trovate con un’altra cinquantina di persone tra ospiti esterni e persone detenute. C’era un palco, le luci, la regia, insomma, ben organizzato.
Lo spettacolo è stato emozionante, coinvolgente, a momenti anche ironico e divertente. Si percepiva che gli “attori” erano impegnatissimi, così coinvolti nel loro ruolo mi hanno fatto tenerezza…
Ricordo che le persone detenute non ammesse in cortile erano ai piani, con le mani ben salde alle inferriate, non volevano perdersi neanche una battuta.
Poi, il martedì successivo, all’incontro, abbiamo condiviso con loro emozioni e sensazioni, paure e batticuori… Erano così felici che tutto fosse filato liscio, sembravano bimbi alla prima recita, con gli occhi che brillavano di gioia.
Poi la frase: “Erano 16 anni che non vedevo le stelle sopra di me, mi sono sentito libero!”.

A questo aggiungiamo il contributo di chi il teatro in carcere, da anni lo porta, Salvatore Ladiana, che ci ha regalato il suo racconto, la sua idea di teatro in carcere. Grazie Salvatore! Teniamoci aggiornati con i tuoi prossimi passi perché, come ci è capitato a volte di sentirci dire da qualche partecipante ai nostri gruppi: “Ma sai che tra consapevolezza e teatro ci sono un sacco di punti in comune?”…Eh già!

TEATROTERAPIA D’AVANGUARDIA CON I DETENUTI DEL CARCERE DI BOLLATE
Il progetto, sviluppato all’interno del Settimo Reparto Protetti della Casa di Reclusione di Milano Bollate, nasce dal lavoro psicologico-trattamentale che porto avanti dal 2012 a oggi con detenuti che hanno commesso reati di violenza contro terzi.
Essendo, oltre che attore e regista, un Teatroterapeuta, il lavoro che imposto con loro è diverso dal lavoro nelle carceri “tradizionale”.
L’esperienza terapeutica della Teatroterapia d’Avanguardia non si manifesta nelle forme teatrali che prevedono la messa in scena di un testo o la costruzione del personaggio, ma si inserisce nel riconoscimento e sviluppo della propria corporeità. Questo riconoscimento parte dalla sensorialità per
costruirsi riconoscendo i limiti tra me e non-me e tra me e l’Altro.
Personalmente, trovo questo approccio al lavoro fondamentale. Durante la mia esperienza, ho potuto osservare che proprio nei reati in cui il soggetto ha “violato” il corpo dell’altro sia attraverso violenze ( ma anche a seguito di “scoppi esplosivi di violenza”, momentanee perdite di lucidità) non si siano
riconosciuti e rispettati dei confini, confini che riguardano sia i diritti dell’aggredito che la psiche dell’aggressore.
Proprio da questo punto di partenza si mira ad intervenire, stimolando la visione e la percezione dell’Altro come estensione di sé, come aspetto funzionale senza il quale non sopravvivo.

I BENEFICI DELLA TEATROTERAPIA SUI DETENUTI
I benefici che i reclusi sperimentano durante il lavoro sono molteplici, sebbene non siano quelli caratteristici dei lavori che prevedono un’esperienza teatrale “pura”, mirata principalmente all’allestimento scenico finale e all’interpretazione di uno o più personaggi.
Il lavoro di Teatroterapia si focalizza sull’aspetto di extra-quotidianità, ovvero su un lavoro principalmente corporeo, mirato ad una espressività che esula dal quotidiano, dal consueto e dai principi stereotipati, principi che sappiamo essere molto alienanti in un ambiente come il carcere.
Attraverso questo lavoro corporeo, extraquotidiano e privo di stereotipi si arriva ad una graduale consapevolezza delle proprie capacità espressive, capacità attivate nel momento in cui si rompe la quotidianità pesante e opprimente della reclusione.
Conoscer-Si e affermar-Si, fino ad arrivare all’ atto creativo unico ed irripetibile ma “eterno” nel ricordo emotivo e fisico.
In tutto questo c’è la terapeuticità.
Non esistono dei soggetti più o meno predisposti. L’importante è mettersi in gioco e affidarsi al conduttore, che avrà un ruolo delicato mirato all’ascolto e alla “cura” del gruppo. L’unica cosa che si chiede è l’ascolto.

METODOLOGIA D’AZIONE
I laboratori di Teatroterapia sono impostati attraverso un approccio diretto alla persona, dove la creatività di quest’ultima diviene un mezzo attraverso cui essa può trasformarsi e crescere. Il laboratorio tipo è strutturato in dodici incontri settimanali di due ore ciascuno. Ogni incontro ha un tema ben preciso.
La struttura degli incontri diverge dal “classico” laboratorio di teatro: più che sulla messa in scena vera e propria di un testo teatrale, si punta sul costruire con ciascuno dei partecipanti un percorso esperienziale mirato alla ricerca del benessere individuale mediante il teatro. Tutto il lavoro ha come punto di riferimento, la ricerca dell’espressività del linguaggio corporeo e vocale come fonte di continua scoperta individuale. Questo è lo scopo della Teatroterapia.
Durante il percorso, si educano i partecipanti ad affinare la propria sensibilità sensoriale e la percezione della propria capacità espressiva corporea e vocale. Partendo dall’ extraquotidianità, l’obiettivo è quello della messa in scena dei propri vissuti, all’interno del contesto sicuro offerto dal gruppo. Questo viene fatto con il supporto di alcuni principi di presenza scenica derivati dall’artigianalità attoriale, artigianalità con cui abbattiamo il principio di finzione, per mettere finalmente in risalto la rappresentazione della verità. La propria verità.
Per quanto riguarda gli strumenti concreti del lavoro, come scenografie e costumi di scena, si preferisce, come Grotowski, lavorare in un ambiente il più possibile neutro. Lo stesso discorso si applica all’abbigliamento che si consiglia ai partecipanti: comodo e possibilmente nero. In tal modo si facilita, oltre ai movimenti, l’omogeneità e la coralità.
Durante ogni incontro, si conduce il gruppo attraverso un lavoro fisico, ma allo stesso tempo creativo e introspettivo, sempre con la premessa di escludere tutto ciò che è consueto o riconducibile alla quotidianità. Atteggiamenti posturali, riscoperta del linguaggio visivo, abbattimento del giudizio e dell’autocritica, consapevolezza dell’ immobilità corporea, graduale approccio al contatto corporeo, fino a raggiungere con naturalezza la forma espressiva: queste le tappe del percorso di Teatroterapia. Oltre alle indicazioni sull’abbigliamento, si consiglia l’utilizzo di un quaderno per poter fissare per
iscritto sensazioni o emozioni post-incontro, così da acquisire materiale utile per un potenziale allestimento finale, che come ho detto non è però lo scopo primario del lavoro.
Credo, da Teatroterapeuta, che l’atto creativo sia qualcosa di unico ed irripetibile, che ci permette l’accesso alla scoperta di tutto ciò che già ci appartiene, ma che si fa fatica a fare emergere. Il setting diviene il punto di riferimento di extra-quotidianità per tutti. L’idea spaziale che si vuole trasmettere durante gli incontri è quella di una grande bolla trasparente, alla quale in ogni momento si può accedere e dalla quale, sempre in qualsiasi momento, si può
fuoriuscire, il tutto senza soluzione di continuità. La bolla “accoglie”, ammortizza le cadute, le paure, ovatta, separa dall’esterno, ma non in modo netto, per via della sua trasparenza. Permette una sorta di osmosi e di impatto visivo con l’esterno, mantenendone la peculiarità, proteggendo al contempo chi si trova all’interno di essa. La bolla accudisce, ma non separa totalmente.
Nei lavori individuali ognuno darà vita alla propria creatività all’interno della propria “micro-bolla”, sottolineandone l’esclusività, costantemente relazionata al resto del gruppo dentro la “bolla-madre”. Il vero padrone della scena sarà solo la coralità.

ARRICCHIMENTO DEL NON-ATTORE
L’arricchimento è dato da una consapevolezza nuova e sorprendente. Una consapevolezza, maturata attraverso l’esperienza post-laboratoriale, che porta il partecipante all’abbattimento del concetto di finzione (teatrale) fino ad arrivare alla definitiva consacrazione della verità (scenica).
Passando dalla mediazione teatrale si può arrivare ad una diversa visione della propria vita e soprattutto del proprio vissuto. E se si riesce a gettare una nuova luce su questi due aspetti, la persona cambia. Inizia a rivalutare il suo vissuto come un errore, piuttosto che come un reato e basta, in quanto proprio attraverso gli interstizi dei nostri stessi errori riusciamo a cogliere quell’aspetto creativo e terapeutico che non elimina lo sbaglio ma lo fa divenire punto di ri-partenza. Questa volontà di ripartire crea il terreno fertile in cui piantare il seme del recupero.

LA VERITA’ ATTRAVERSO IL NON-TEATRO
In base alla mia esperienza, ho visto che ogni luogo, anche un carcere o un ospedale psichiatrico, può essere fertile per un progetto di teatro e di Teatroterapia. In luoghi come il Carcere di Bollate, inoltre, l’aspetto riabilitativo funge da vero e proprio catalizzatore.
Il lungo lavoro introspettivo ed emozionale, percorso attraverso l’espressività del linguaggio corporeo, porta inevitabilmente alla verità performativa, fino a divenire non più personaggio, ma attore di se stessi. In questo modo si raggiunge una verità preziosa per il teatro.