Imparare a stare nella consapevolezza per uscire dalle prigioni interiori

A luglio abbiamo rinnovato e ampliato il Consiglio Direttivo di Liberation Prison Project che mi ha dato l’incarico di guidare la nostra associazione. Tra le cose che abbiamo deciso di approfondire c’è anche questo blog, per comunicare con il mondo.

Un blog come un racconto a puntate di quello che siamo. Poiché solo i nostri atti ci appartengono, siamo essenzialmente quello che facciamo. Noi di Liberation Prison Project facciamo queste cose:

  • Gruppi di meditazione e consapevolezza per persone detenute in carcere, con differenti percorsi.
  • Sostegno esterno alle persone in affidamento, o anche a pena finita.
  • Attività di sostegno ai ragazzi dell’Istituto Penale Minorile Beccaria di Milano.
  • Gruppi di meditazione e consapevolezza online per persone in articolo 21, in affidamento sottoposte a pene alternative o che si trovano a rientrare in società.
  • Gruppi di meditazione e consapevolezza online dedicati ai familiari dei detenuti.
  • Progetto Educational nelle scuole per la prevenzione dei reati.
  • In ogni cosa che facciamo ci proponiamo di abitare la consapevolezza, per andare oltre le prigioni interiori in cui ognuno di noi rischia di rimanere.

Le persone detenute sono il nostro obiettivo principale

Chi guarda da fuori spesso vede il reato — a volte grave, gravissimo — e il carcere, inteso come luogo dove il colpevole deve essere punito. Se si guarda chi ha sbagliato attraverso la lente del dolore che ha causato, rischiamo di assumere una prospettiva legittima, ma limitata. Rischiamo di dimenticare l’umanità di chi sbaglia e di trasformarlo in un “mostro”. Ma la realtà che noi incontriamo ogni giorno ci mostra una verità diversa. Dietro quelle sbarre ci sono spesso anime fragili, ragazzi e adulti che non hanno saputo, o potuto, chiedere aiuto. Persone cresciute su sabbie mobili o su lastre di ghiaccio sottili, che hanno assorbito l’effimero, e spesso la violenza, che permeano la nostra società trasformandoli in un agito a sua volta violento, a volte con superficialità, altre con barbara efferatezza.

La nostra mano si tende verso le loro

Perché la loro umanità per noi rimane un valore che merita amore. La nostra è una voce profondamente umana che non nega l’errore, né l’orrore. Noi riconosciamo il debito con la giustizia da pagare. Tuttavia scegliamo di ampliare lo sguardo. La persona non è mai riducibile a un reato, per quanto grave sia. L’essere umano è fatto di molte cose, e può cambiare.

Il tempo della carcerazione può trasformarsi in uno spazio di profonda introspezione e metamorfosi

Lo abbiamo visto accadere, ancora e ancora.Non abbiamo risposte pronte e non risolviamo i problemi altrui. Aiutiamo, semplicemente, le persone a porsi delle domande. Con la nostra presenza, offriamo uno spazio di consapevolezza in cui fermarsi. In LPP la pratica meditativa non è una tecnica per trovare un po’ di calma passeggera; i “tre minuti di spazio calmo” non bastano se dietro non c’è una visione. La meditazione è uno specchio che non consente di mentire a se stessi. È uno strumento per prendere confidenza con il proprio mondo interiore, guardando ciò che a occhi aperti spesso rifiutiamo di vedere, accecati dai lustrini delle apparenze.

In questi anni abbiamo accompagnato tantissime persone in questo percorso. Le abbiamo seguite per mesi, talvolta per anni, offrendo loro la possibilità di uno sguardo diverso su se stessi e sul mondo. In questo novembre 2026 ripartiamo anche con il blog, con il desiderio di approfondire ciò che accade, di dare uno spazio più ampio e riflessivo alle porte che apriamo. 

Siamo pronti a varcare i portoni di ferro degli istituti penitenziari, a salire le scale delle scuole che vorranno ospitare i nostri percorsi di prevenzione al reato, o ad aprire la connessione internet per raggiungere persone ex detenute e le loro famiglie che hanno voglia di confrontarsi e praticare meditazione con noi. 

Siamo tutti interconnessi

Ognuno di noi dipende dagli altri e ognuno influenza il cammino degli altri. Per questo vogliamo portare all’esterno il nostro modo morbido, accogliente e aperto. Non c’è presunzione in questo, ma la ferma certezza di chi siamo e di cosa vogliamo offrire: la possibilità di essere felici, in pace, liberi dalla sofferenza e dalle proprie prigioni interiori.

Per spiegare chi siamo a chi ci legge da fuori, mi piace usare una metafora: quella della “casa di legno”. Il mercato della consapevolezza oggi offre tantissimi percorsi validi, ma il nostro ha una specificità precisa. Immaginate di voler costruire una casa interamente in legno, con il calore e le caratteristiche uniche di quel materiale. A un certo punto arriva un costruttore bravissimo che vi dice: “Posso farla in cemento e ferro. Ha comunque porte, finestre e muri robusti, è pur sempre una casa!”. Certo, risponderemmo noi, ma noi la vogliamo di legno, perché vogliamo abitare in uno spazio che abbia le qualità del legno.

Per Liberation Prison Project quel “legno” sono le radici profonde del Dharma

Della filosofia e della psicologia buddhista, che noi portiamo in chiave rigorosamente laica nei contesti in cui operiamo. Non chiediamo a nessuno di diventare buddhista o di prendere i precetti. Ma chiediamo ai nostri operatori di non fermarsi alla superficie delle tecniche di rilassamento. Un facilitatore LPP studia la mente, ne riconosce i fattori inquinanti e applica gli antidoti. Non offriamo solo una tecnica per calmarsi, ma una struttura filosofica che sostiene la persona. Manteniamo saldo il valore di questo materiale prezioso, senza “diluirlo”, affinché chiunque entri nella nostra casa possa respirare questo benessere profondo e, magari, desiderare a sua volta di costruire case di legno.

Andiamo avanti insieme

Uniti da una fitta rete di mani pronte ad allungarsi. Perché, come ci ricorda il Dalai Lama, la vera compassione è universale e si accompagna sempre a un profondo senso di responsabilità.

Buon cammino a tutti noi.

Laura Loparco
Presidente di Liberation Prison Project