350 DETENUTI SEGUITI, OLTRE 1100 ORE DI VOLONTARIATO OGNI ANNO IN CINQUE ISTITUITI.
ECCO L’IMPEGNO DEI BUDDHISTI NELLE CARCERI ITALIANE

Venerdì 7 giugno la premiazione del Primo corso per operatori certificati del Progetto Liberazione nella Prigione italia Onlus.

Roma, 6 giugno 2019 – 350 detenuti accompagnati in 10 anni. Solo nel 2018, oltre 1100 ore di servizio nelle carceri di Milano-Bollate, Pavia, Livorno, Treviso e Pontremoli. 18 gli operatori volontari attivi negli ultimi tre anni. 10 nel 2018 di cui 6 hanno lavorato all’interno degli istituti penitenziari mentre 4 nella parte gestionale. Questa è la risposta dei buddhisti italiani alla condizione di sofferenza e di disagio esistenziale nelle carceri italiane. Una presenza resa possibile grazie al Progetto Liberazione nella Prigione italia Onlus.

Questo percorso si è tradotto anche nel primo corso di formazione, realizzato a Milano, che abilita a diventare “Operatori certificati” dell’associazione e a operare all’interno degli istituti penitenziari italiani. Il successo e l’accoglienza dimostrata ha generato le giuste energie per estendere l’esperimento anche nelle regioni del Centro Sud con l’obbiettivo di triplicare il numero degli operatori, portandoli nell’arco di 3 anni da 6 a 18 e mettendo in pratica dei percorsi ancora più specifici sui detenuti, sul personale amministrativo, sugli agenti e sui familiari.

Il 7 giugno, alle 18.30, presso il centro culturale “Mare Culturale Urbano”, in Via Gabetti 15 a Milano, verranno consegnati gli attestati di partecipazione al “Primo Corso di Formazione per Operatori di Progetto Liberazione nella prigione” realizzato grazie al patrocinio e al finanziamento dell’Unione Buddista italiana mediante i fondi ricavati dall’otto per mille. A rappresentare il Direttivo dell’UBI sarà presente il Maestro Tetsugen Serra, fondatore e guida del Monastero Zen Il Cerchio di Milano.

La situazione degli istituti penitenziari continua a essere drammatica. Un modello alternativo di intervento mirato ad alleviare la sofferenza di coloro che vivono ed operano in queste strutture è quello messo in atto da dieci anni ad oggi dal Progetto Liberazione nella Prigione italia onlus che promuove percorsi di consapevolezza per attivare una trasformazione interiore che permetta ai detenuti di rientrare a far parte della vita sociale come persone “rinnovate”. L’attenzione si focalizza anche sulle famiglie dei detenuti, sul personale giuridico-pedagogico e sugli agenti di polizia penitenziaria che vivono a contatto con una realtà difficile, dolorosa e alienante. In particolare, sono proprio coloro che operano attivamente nelle carceri ad essere esposti al rischio di patologie psichiche, drammaticamente note, come la sindrome di “burnout”.

Le metodologie impiegate dagli operatori si rifanno alla Compassion Focused Therapy di Paul Gilbert, alla psicologia rogersiana, alla psicologia buddista, alla Mindfulness e alle recenti scoperte delle neuroscienze. Il metodo parte dal presupposto che il carcere sia un luogo che può generare o peggiorare le forme afflittive della mente, ma si fonda sul convincimento che se il tempo della detenzione viene sfruttato per lavorare sul piano introspettivo e dell’autotrasformazione, al termine dello stesso, la consapevolezza acquisita e la comprensione delle dinamiche mentali riducono o annullano il rischio della recidiva.

Le persone detenute che hanno seguito i “gruppi di consapevolezza” hanno evidenziato un maggiore benessere psicologico, una maggiore auto accettazione, una più spiccata capacità di gestione delle emozioni e un livello di rabbia inferiore rispetto agli altri detenuti. Il messaggio trasmesso è totalmente laico e basato sull’etica secolare tanto a cara al Dalai Lama. Come ben sottolinea la Venerabile Robina Courtin, fondatrice del “Liberation Prison Project”, il prototipo del progetto italiano, nato negli USA nel 1996: “non si tratta di far diventare le persone buddhiste, ma di farle diventare migliori”.