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Sindrome di prisonizzazione
Sindrome da ingresso
Lojong
Pena Trattamentale
Articolo 21 Ordinamento Penitenziario

Sindrome di prisonizzazione

Nell’ambito della psicopatologia detentiva, Clemmer (1940) descrive la sindrome di prisonizzazione come un processo di “erosione dell’individualità” a vantaggio di un progressivo adattamento alla comunità carceraria. Per prisonizzazione si intende, infatti, l’assunzione, in grado minore o maggiore, delle abitudini, degli usi, dei costumi dell’esperienza carceraria sull’individuo, attraverso un processo di assimilazione da parte del detenuto dell’insieme di norme e valori che governano ogni aspetto della vita interna dell’istituzione. Il soggetto deve abbandonare il suo modo di essere, le sue cose, il suo modo di pensare e di fare, cioè il modo di rappresentarsi a se stesso e agli altri e dovrà ridefinirsi, non solo rispetto se stesso, ma anche verso i nuovi compagni, lasciando spazio a quella che viene definita “discultura”, ossia la perdita dei valori che il soggetto aveva prima dell’internamento.

Accanto allo sviluppo di alcuni nuovi modi di mangiare, vestire, lavorare, dormire, parlare, si assiste alla divulgazione e all’assunzione di ideologie di tipo malavitoso e criminale. Le esigenze di ordine e di controllo inducono anche l’istituzione penitenziaria a ricercare l’uniformità degli atteggiamenti e dei comportamenti dei detenuti tendendo ad eliminarne le differenze individuali ed inducendo abitudini comuni. I bisogni, i desideri e le esigenze personali del detenuto sono, così, annullati e sostituiti da altri eteroindotti e più coerenti con le finalità dell’istituzione. In questo sistema, in cui tutto è automatizzato, sono pochi i detenuti che reagiscono, che riescono a resistere e a vincere l’ambiente; molti, invece, sono quelli che lo subiscono. Se una prisonizzazione completa avviene o meno dipende dalla personalità dell’individuo stesso e del mantenimento delle relazioni interpersonali con le persone esterne che aveva prima dell’incarcerazione. In quest’ottica i colloqui rivestono un ruolo di grande importanza perché costituiscono gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali e il proprio passato.

(Cinzia Foglia)

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Sindrome da ingresso

Il primo trauma che un detenuto subisce è rappresentato sicuramente dall’ingresso in carcere. “La sindrome da ingresso in carcere, consistente in una serie di disturbi non solo psichici, ma spesso psicosomatici, riguardanti diversi organi ed apparati”, compare tanto più frequentemente e manifestamente, quanto più elevato è il grado di educazione, di sensibilità, di cultura dei soggetti detenuti. Il trauma da ingresso in carcere può diventare, quindi, tanto più forte quanto maggiore è il divario fra il tenore di vita condotto in libertà e quello fruibile in carcere.

In passato, allorché lo stile di vita della popolazione in generale e il suo livello culturale medio erano certamente più bassi di quello attuale, non mancavano casi di soggetti che potevano sperimentare in carcere un tenore di vita non sempre inferiore a quello che conducevano fuori, prima della carcerazione. Anche oggi, è vero, esiste nelle carceri una grossa componente di già emarginati, con pregresse gravi difficoltà di sopravvivenza e che a tali difficoltà si è ormai, per così dire, abituata. Accanto a questa, abbiamo però un’altra categoria di ospiti del carcere, certamente minoritaria, ma diventata più consistente in questi ultimi anni, che è quella dei c.d. colletti bianchi. Ad essa se ne è poi aggiunta un’altra prima raramente rappresentata: quella dei personaggi di elevato livello politico e sociale. Per loro il trauma da carcerazione risulterà ancora più intenso in ragione del maggior divario esistente fra il sistema di vita precedente e quello carcerario.

È chiaro, tuttavia, che non si può generalizzare, poiché varie ed articolate sono le modalità di risposta adattativa in relazione a molteplici variabili, legate alla struttura di personalità, allo “status” di appartenenza, alla reazione personale, familiare e sociale all’avvenimento, alle condizioni ambientali, finanche al tipo di cella e di compagnia. È superfluo ricordare che ben maggiori sono le possibilità adattative da parte di persona che abbia subito precedenti carcerazioni, o che riesca a trovare nel carcere punti di riferimento (detenuti che appartengono alla stessa banda criminale, alla malavita della stessa zona o più semplicemente a piccola delinquenza dello stesso paese o quartiere), tali da consentire un più agevole inserimento tanto nella comunità carceraria globalmente intesa quanto, in particolare, nel microcosmo della sua cella. Più difficile e penoso sarà invece l’adattamento per individui improvvisamente immessi non solo in una struttura difficile da vivere per rigidità organizzativa e limitazione di libertà ma, e forse soprattutto, perché costretti a condividere l’esistenza con una fetta di popolazione sino ad allora sconosciuta, con la quale non desiderano entrare in sintonia comunicativa, e che spesso temono anche sul piano fisico.

È certo comunque che per molti soggetti alla prima detenzione, anche se per ciascuno in modo diverso, l’impatto con la struttura carceraria costituirà uno dei momenti più drammatici dell’esistenza. Vari tentativi di umanizzazione dell’impatto con il carcere e allo stesso tempo di prevenzione dei comportamenti a rischio sono stati fatti. Il più importante è sicuramente la predisposizione, attraverso la Circolare Amato del 30/12/1987 n. 3233/5683, del Servizio Nuovi Giunti effettuato dagli psicologi del carcere attraverso un colloquio con ogni singolo detenuto all’atto di ingresso in istituto; tale colloquio è volto a valutare la personalità del soggetto soprattutto al fine di prevenire eventuali gesti autolesivi.

(tratto da Rivista Ristretti Orizzonti)

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Lojong

Addestramento mentale che espone istruzioni pratiche per trasformare gli eventi esterni e le relazioni con gli altri in una sorta di continua meditazione, capace di riportare l’attenzione verso la propria mente.

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Pena trattamentale

Con l’entrata in vigore della legge n. 354 del 26 luglio 1975, di riforma dell’ordinamento penitenziario, viene definito un corpus normativo che si orienta maggiormente verso una pena di tipo rieducativo.
Infatti soppiantando l’impostazione del precedente ordinamento, il detenuto non è più visto come un soggetto da punire e custodire in difesa del mondo esterno, bensì diventa una persona da rispettare e da riabilitare. Viene in questo modo riconosciuta la necessità di individuare e studiare le cause del suo disadattamento e determinare un programma di trattamento penitenziario adeguato al suo recupero e al successivo reinserimento nella società. In questa nuova prospettiva trova ampio spazio la psicologia giuridica e forense: “un settore della psicologia applicata che si occupa di tutte le problematiche psicologiche che insorgono nella pratica giudiziaria e, in particolare, dei casi in cui risulta indispensabile l’accertamento dell’integrità psichica del reo”.
Al riguardo, ricordiamo una “lettera circolare” inviata nel 2005 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a tutte le istituzioni penitenziarie italiane, avente come oggetto “L’area educativa: il documento di sintesi ed il patto trattamentale” in cui si pianifica un processo relazionale, definibile come sinallagma carcerario, che consiste in uno scambio di disponibilità ad accettare il percorso trattamentale da parte del detenuto, in cambio della concessione di benefici premiali alternativi alla detenzione, da parte dell’istituzione; ad es.: liberazione anticipata, arresti domiciliari, affidamento a Servizi sociali quali Cooperative sociali, ONLUS, Volontariato.  In sostanza, con il “patto trattamentale”, il detenuto si impegna formalmente, con la sottoscrizione di detto documento alla presenza del Direttore dell’Istituto, a dare la propria collaborazione e a seguire responsabilmente il progetto concordato, avendo compreso il significato delle offerte trattamentali che gli sono state proposte dagli operatori.

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Art.21  Ordinamento penitenziario  – Lavoro esterno al carcere

L’art. 21 dell’ordinamento penitenziario è uno strumento che consente ampia operatività. I detenuti possono essere assegnati al lavoro all’esterno in condizioni idonee a garantire l’attuazione positiva degli scopi previsti dall’articolo 15. Tuttavia, se si tratta di persona condannata alla pena della reclusione per uno dei delitti indicati nei commi 1, 1-ter e 1-quater dell’articolo 4- bis, l’assegnazione al lavoro all’esterno può essere disposta dopo l’espiazione di almeno un terzo della pena e, comunque, di non oltre cinque anni. Nei confronti dei condannati all’ergastolo l’assegnazione può avvenire dopo l’espiazione di almeno dieci anni.

  1. I detenuti assegnati al lavoro all’esterno sono avviati a prestare la loro opera senza scorta, salvo che essa sia ritenuta necessaria per motivi di sicurezza. Gli imputati sono ammessi al lavoro all’esterno previa autorizzazione della competente autorità giudiziaria.
  2. Quando si tratta di imprese private, il lavoro deve svolgersi sotto il diretto controllo della direzione dello istituto a cui il detenuto o l’internato é assegnato, la quale può avvalersi a tal fine del personale dipendente e del servizio sociale
  3. I detenuti possono prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013.
  4. I detenuti possono prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013 convertito nella legge n. 94/2014.
  5. Per ciascun detenuto il provvedimento di ammissione al lavoro all’esterno diviene esecutivo dopo la approvazione del magistrato di sorveglianza.
  6. Le disposizioni di cui ai commi precedenti e la disposizione di cui al secondo periodo del comma sedicesimo dell’art. 20 si applicano anche ai detenuti ed agli internati ammessi a frequentare corsi di formazione professionale all’esterno degli istituti penitenziari.

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